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Ragazzi che si fanno del male

I gesti di autolesionismo, che vanno dal tagliarsi fino ai tentativi di suicidio, sono una delle risposte possibili al disagio di sentirsi in un corpo brutto. Così brutto da meritare una punizione, tanto orribile da non riuscire a sopportarne la presenza e la vista.

Gli adolescenti che reagiscono in questo modo, lo fanno di nascosto, all'inizio: in una prima fase, i tagli e gli altri modi in cui si provocano dolore sono inferti in zone coperte dagli abiti, e praticati lontani dallo sguardo altrui.
Primo fra tutti da quello dei genitori. Pian piano, però, le ferite vengono alla luce e si trasformano in grida di sofferenza, in provocazioni, in esibizioni del potere di farsi del male e di sopportarlo, in dimostrazioni di controllo e di rifiuto del proprio corpo.

Le due reazioni più frequenti dei genitori e degli adulti di riferimento di adolescenti che praticano l'autolesionismo sono il controllo e la negazione. Ma nessuno di questi due modi funziona: né l'uno né l'altro sono utili a interrompere questo comportamento, e neppure ad avviare una nuova e migliore forma di relazione. E dunque, che fare?
"Intercettiamoli" così
Se far finta di niente significa lasciarli alle loro difficoltà senza provare ad aiutarli;
se chiedere loro di smettere non ottiene risultato e a volte peggiora persino la situazione;
se controllarli a vista li fa solo arrabbiare di più, portandoli a cercare in ogni modo di sfuggire alla nostra sorveglianza;
qual è il modo per avvicinarci a questi ragazzi?

Invece di sottolineare le ferite (evidenti e visibili) sui loro corpi, facciamogli sentire che vediamo la sofferenza nel loro animo. Mostriamogli la nostra preoccupazione per il loro dolore e la nostra disponibilità a parlare di quello che sentono, che temono, che pensano. In fondo cercano il senso di un gesto simbolico, desiderano che se ne parli, ma temono di averci delusi e che li giudichiamo: sta noi rassicurarli che non è così.